Perché mi affeziono a cose di cattivo gusto?
Sulla mensola campeggia un gatto di ceramica con un fiocco dorato. Una zia lo ha portato da Rimini trent’anni fa. Gli amici lo osservano e sorridono. Tu sai perfettamente che è brutto. Eppure, quando traslochi, è la prima cosa che avvolgi nel giornale.
L’inventario di un salotto
Nel 1907 Guido Gozzano apre una poesia con un elenco. Descrive il salotto della nonna com’era nel 1850: un pappagallo impagliato, dei busti, frutti di marmo sotto le campane di vetro, scatole vuote. Già al secondo verso il poeta emette il suo giudizio:
«Loreto impagliato e il busto d’Alfieri, di Napoleone, / i fiori in cornice, (le buone cose di pessimo gusto!)»
— Guido Gozzano, La via del rifugio, «L’amica di nonna Speranza», vv. 1–2, Torino, Streglio, 1907 (Wikisource)
Il giudizio è racchiuso tra parentesi, pronunciato quasi sottovoce, e non cancella nulla: le cose restano buone e restano di pessimo gusto.
Due termini in conflitto
Di solito si presume che uno dei due debba prevalere. O l’oggetto è brutto, e allora l’affetto è una debolezza. O l’affetto è autentico, e allora il brutto va difeso, ribattezzato, chiamato originale. Gozzano non sceglie. Dieci versi dopo la formula ritorna identica: il lampadario «immilla nel quarzo le buone cose di pessimo gusto».
Il gusto non si ammorbidisce. L’affetto non si vergogna. Coesistono nella stessa riga come due inquilini che non si parlano.
Una data custodita negli oggetti
Alla fine dell’elenco il poeta scrive: «rinasco, rinasco del mille ottocento cinquanta!». Non afferma che il salotto è bello. Dice che lì dentro torna indietro nel tempo.
Forse il gatto di ceramica funziona così. Non lo si tiene per come appare. Lo si tiene per dove ci porta: una cucina, una voce, un’estate al mare. Il giudizio estetico riguarda l’oggetto. L’affetto riguarda qualcos’altro che l’oggetto custodisce senza somigliargli.
Ciò che preferisco non vedere
A volte la difesa scatta in fretta. Basta che qualcuno rida del soprammobile per sentirsi presi in giro di persona. Come se, ammettendo il cattivo gusto, crollasse anche tutto il resto.
Che cosa custodisce per me quell’oggetto che so essere brutto, e che cosa temo di perdere se lo guardo per com’è?
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