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Perché penso sempre che l’anno prossimo sarà migliore

A fine dicembre si fa un bilancio. Il lavoro non è cambiato, la casa resta quella, la conversazione rimandata continua a essere rimandata. Eppure, mentre si brinda, arriva una certezza tranquilla: l’anno prossimo andrà meglio. È successo anche l’anno scorso, e quello prima.

Una domanda per strada

Nelle Operette morali Giacomo Leopardi mette in scena un dialogo brevissimo. Un venditore gira con il suo carico di lunari nuovi, un passante lo ferma e gli chiede:

«Credete che sarà felice quest’anno nuovo?»

— Giacomo Leopardi, «Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere», Operette morali, ed. 1834

Il venditore risponde di sì, certo. Più dell’anno passato, più di quello prima ancora. Non esita un momento: è il suo mestiere, ma sembra crederci davvero.

Vent’anni senza un modello

Il passante allora cambia la domanda. Il venditore lavora da vent’anni, ha visto arrivare vent’anni nuovi. Quale prenderebbe a esempio?

«A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?»

— Giacomo Leopardi, «Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere», Operette morali, ed. 1834

«Io? non saprei», risponde. Non ricorda nessun anno felice in particolare. La sua fiducia nel futuro è intatta, ma non poggia su niente di già vissuto. L’anno buono non ha volto, non ha date. Esiste solo perché non è ancora arrivato.

Leopardi non deride la speranza del venditore. Mostra dove abita. Il passante lo dice in una frase:

«Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce»

— Giacomo Leopardi, «Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere», Operette morali, ed. 1834

Il calendario come rifugio

Pensare all’anno prossimo ha una comodità precisa. Un anno sconosciuto non delude nessuno, perché non è ancora accaduto. L’anno in corso invece si può guardare: ha giorni pieni e giorni vuoti, cose iniziate e cose lasciate a metà.

Così «l’anno prossimo» diventa a volte un modo per non guardare questo, mentre il desiderio di cambiare resta reale ma viene spedito avanti di dodici mesi. Ogni gennaio la promessa si rinnova.

Il venditore di Leopardi non mente. Semplicemente non ha mai fatto la domanda del passante. Quando gli viene posta, scopre di non sapere che cosa abbia reso un anno buono. Senza questa risposta, anche il prossimo resta un foglio bianco con una data stampata sopra.

Trenta soldi

Il dialogo finisce in modo quasi comico. Il passante, che ha appena smontato ogni illusione, chiede l’almanacco più bello. Costa trenta soldi, e lui paga. Il venditore lo saluta e riprende a gridare per la via: almanacchi nuovi, lunari nuovi.

Leopardi lascia la scena così, senza morale. Anche chi ha capito tutto compra il suo calendario.

Quale degli anni che ha già vissuto accetterebbe di rivivere, e perché proprio quello?


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