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Logoterapia e volontà di significato

In Italia Viktor Frankl è noto soprattutto per «Uno psicologo nei lager». Psichiatra e neurologo viennese, vi racconta la deportazione a Theresienstadt, Auschwitz e due sottocampi di Dachau. Il libro esce in italiano nel 1967 per le edizioni Ares. La nuova edizione FrancoAngeli aggiunge in fondo due testi tradotti dall'inglese. Il capitolo 7 si intitola «La logoterapia in breve» ed è una sintesi della scuola che Frankl aveva fondato già prima della guerra.

Il nome viene dal greco lógos. Frankl lo intende come significato, o senso, e le traduzioni italiane usano l'una e l'altra parola. Al centro della logoterapia c'è quindi la domanda sul senso della vita di una persona concreta.

La terza scuola viennese

La logoterapia è detta la terza scuola viennese di psicoterapia, dopo quelle di Freud e di Adler. Ogni scuola risponde a modo suo alla domanda su che cosa muova l'essere umano. Per Freud è la volontà di piacere. Per Adler è la volontà di potenza. Frankl mette al primo posto una terza spinta e la chiama volontà di significato.

Non è un bisogno secondario, derivato dalle pulsioni. Secondo Frankl l'essere umano vuole anzitutto sapere per che cosa vive. Piacere e prestigio arrivano a volte come conseguenza. Quando diventano lo scopo, occupano il posto rimasto vuoto.

In un altro libro Frankl descrive la stessa spinta come autotrascendenza, cioè «l'orientamento dell'esistenza umana al di là di sé, verso qualcosa che non è se stessa». La citazione è riportata nella Presentazione di Daniele Bruzzone all'edizione FrancoAngeli e viene da «Ciò che non è scritto nei miei libri» (FrancoAngeli, 2012, p. 100).

Frustrazione esistenziale

La volontà di significato può restare frustrata. Frankl chiama questo stato frustrazione esistenziale. Quando ne nasce una nevrosi, la chiama noogena. Alla sua radice non c'è un conflitto fra pulsioni, ma fra valori.

Per Frankl la distinzione conta nella pratica. Chi si chiede se la propria vita abbia un senso non è malato per questo. La domanda la si può trattare come un sintomo e ricondurre all'infanzia. Così però qualcosa di profondamente umano viene scambiato per un disturbo.

Frankl descrive anche il vuoto esistenziale. L'istinto non dice più all'essere umano che cosa deve fare. La tradizione glielo dice sempre meno. Resta un vuoto, che si riempie facendo ciò che fanno gli altri o ciò che gli altri impongono. Un esempio è la nevrosi della domenica. Finita la settimana di lavoro arriva lo sconforto, perché all'improvviso si vede quanto poco contenuto abbia la propria vita.

Tensione, non quiete

Molta psicologia dà per scontato che si cerchi l'equilibrio e ci si voglia liberare della tensione. Frankl la pensa diversamente. Per lui la salute psichica richiede una certa tensione fra ciò che una persona è e ciò che dovrebbe diventare. Questa tensione non è un difetto. Compare quando davanti a qualcuno c'è un compito per cui vale la pena vivere.

Frankl la chiama noodinamica. Uno stato senza tensione non è una meta, ma uno dei segni del vuoto esistenziale.

Tre vie verso il significato

Un senso valido per tutti non si può dire in una frase. Frankl paragona la domanda sul senso della vita in generale a quella rivolta a un campione di scacchi sulla mossa migliore del mondo. Una mossa così non esiste. Esiste la mossa migliore in una certa partita e in una certa posizione. Allo stesso modo il senso è sempre quello di questa persona in questo momento.

Frankl indica però tre vie per scoprirlo:

La terza via è la più fraintesa. Frankl non dice che soffrire sia necessario o nobile. La sofferenza che si può togliere va tolta. Solo quando il destino non si può cambiare resta la libertà di scegliere come affrontarlo. Come mostra la prima parte del libro, nemmeno il lager toglieva questa libertà.

Trovato o attribuito

Qui la logoterapia si confronta con una parte dell'esistenzialismo, per cui l'essere umano inventa se stesso e i propri valori. Frankl risponde che il senso non si inventa, si scopre. Sta nel mondo, in un compito, in un'altra persona.

Per questo Frankl rovescia la domanda. Non è l'essere umano a dover chiedere quale sia il senso della sua vita. È la vita a interrogarlo, e lui risponde con il modo in cui vive e con ciò di cui si prende la responsabilità. Da qui viene anche il limite del metodo. Il logoterapeuta non fornisce un senso. Un senso indicato da un altro resterebbe dell'altro. Il lavoro consiste nell'allargare il campo visivo, finché la persona vede da sé a che cosa la sua vita sta rispondendo.

L'autorealizzazione, di cui oggi si parla tanto, per Frankl è un effetto collaterale. Non si raggiunge puntandoci. Arriva quando una persona si dedica a qualcosa o a qualcuno fuori di sé.

Da questa discussione resta una domanda a cui la logoterapia non risponde al posto del lettore. Ciò per cui vivo l'ho trovato o me lo sono dato da solo? E questa differenza cambia qualcosa?


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